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La Parrocchia
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Denominazione: S. Maria
delle Grazie in S.Pio V
Diocesi: Bologna
Vicariato: Bologna Ravone

La Segreteria
Indirizzo: Via Ambrosini 1
40131 Bologna
Tel. 051 55 66 72
Fax. 051 849 11 58
smariadellegrazie@fastwebnet.it

Parroco
Don Mario Benvenuto dal 15-10-2006

La Chiesa
Dedicazione: San Pio V
Inizio costruzione: 21-04-1938
Inaugurazione: 5-05-1940
Consacrazione: 5-10-1986 per mano del card. Giacomo Biffi

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Educat

Il catechismo della chiesa cattolica

Il calendario
in breve...

(per il calendario completo vedere la pagina dedicata)

XII Domenica Tempo Ordinario A 1

Prima lettura: Geremia 20,10-13

Sentivo la calunnia di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo». Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta». Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa! Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.

Seconda lettura: Romani 5,12-15

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.

Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.

Vangelo: Matteo 10,26-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.

Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

XII Domenica Tempo Ordinario A 2

Non abbiate paura!

Il capitolo 10 di Matteo indica le direttive fondamentali per la formazione e la missione degli Apostoli e della Chiesa a partire delle origini fino a noi.

L'insegnamento qui espresso fa i conti con una realtà fatta di pericoli, lotte, contrapposizioni violente, e tende a rafforzare il coraggio dei testimoni con un messaggio di speranza e di fiducia.

«Non abbiate paura» è ricorrente nel brano di oggi. Ci dice il Signore che nemmeno la persecuzione deve indurre i testimoni al silenzio, al contrario bisogna moltiplicare l’impegno e ricevere coraggio dall’alto (dato che il coraggio uno non se lo può dare): perché quello che ora, nella sua vita terrena Gesù insegna loro sottovoce dovrà essere poi proclamato apertamente ad alta voce, dai tetti. La realtà che riguarda il Cristo è una rivelazione che deve essere portata a conoscenza di tutti.

I persecutori non hanno alcun potere sui cristiani e non bisogna temere né loro né i potenti di questo mondo ma il peccato, che come un “nemico” ti può gradatamente allontanare dalla comunione con il Cristo. Il Peccato fa perire l'anima e il corpo nella Geenna;! Il Padre nostro invece protegge, con l'anima, anche il corpo: conta perfino i

capelli del nostro capo e non lascia cadere neppure un passerotto. Coloro che confidano in Lui non hanno quindi da temere nulla. Ricordate il canone “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi…..”?

La nostra testimonianza deve essere coraggiosa e sincera, senza tentennamenti né compromessi. «Riconoscere» Gesù davanti agli uomini vuol dire confessare apertamente la fede, nonostante le difficoltà e l’ambiente non favorevole. Anzi la fede è un'attiva lotta contro la paura. Le fede esige coraggio. Gesù esorta i discepoli a «non temere» chi può perseguitarli, chi osteggia la loro testimonianza e la loro predicazione. La paura potrà essere vinta dalla fiducia nel Signore, dalla coscienza della sua vicinanza a noi come e più di una guardia del corpo (Ger 20,11), e dalla fede in Lui che si fa carico dei minimi dettagli della nostra vita (Mt 10,30).

Gesù chiede ai cristiani e alle chiese il coraggio della parola, la franchezza e l'audacia dell'annuncio evangelico. Ciò che si oppone alla franchezza è la paura che porta il cristiano a muoversi secondo logiche di convenienza o 'politiche', a dire e a non dire a seconda delle circostanze, perché se aspettassimo di essere pienamente coerenti, per testimoniare, non cominceremmo mai! Non ci si può vergognare del vangelo (cfr. Rm 1,16); e «chi si sarà vergognato di me e delle mie parole... anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo» (Mc 8,38). 

 

CORPUS DOMINI - Il pane di vita

Oggi prendiamo coscienza di tutto il cammino che il Signore ci ha fatto percorrere dal deserto delle nostre povertà, tra tanti pericoli, nutrendoci col suo Pane di Vita. Da quella prima misteriosa Cena, sgorga e si sviluppa nel tempo la nostra comunione con Cristo e tra noi, e viene soddisfatta quella sete e quella fame di desideri alti e profondi nel cuore di ogni uomo.

Festa vera è permettere a Gesù di entrare e stare con noi come illustre e dolce ospite della nostra anima, sapendo che solo lui può rinvigorire la nostra esistenza, nobilitarla e condurla a pienezza.

Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell'Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa' che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.

Gesù parla di sé e del suo corpo dato per noi come partecipazione alla sua vita, come seme nuovo e lievito del mio corpo mortale, perché diventi esistenza come l'ha vissuta lui: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Il Verbo che prese carne nel grembo di Maria continua a farsi carne e a crescere in noi, per diventare una cosa sola. Gesù si fa pane per noi perché, quanti l’accogliamo siamo resi capaci di farci pane spezzato per gli altri

Gesù garantisce che l’adesione a lui, ci permetterà di avere una vita di una qualità indistruttibile. Questa è la vita eterna, la venuta e la compagnia di Dio in noi. Così dice il Signore: «Se non mangiate la carne del figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita». La vita eterna per Gesù non è un premio futuro per la buona condotta tenuta nel presente, ma la possibilità concreta per noi di una di una vita di qualità al presente.

Chi, come lui, fa della propria vita un dono e un servizio d’amore per gli altri, ha una vita di una qualità indistruttibile e quanti accolgono Gesù sono resi capaci di manifestare un amore gratuito ed incondizionato agli altri. «Chi mastica questo pane» assimila la vita stessa di Cristo e come Lui vivrà per gli altri, solo così questa vita non potrà mai più essere interrotta dalla morte e perdurare nell’eternità.

   

PENTECOSTE, un vento nuovo

… disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo, a chi perdonerete i peccati saranno rimessi …”: questo versetto di S.  Giovanni inserisce la Pentecoste nel “quotidiano ordinario”: lo Spirito ci visita sempre: quando accogliamo la Parola, quando spezziamo il Pane, quando siamo radunati nel suo nome, quando perdoniamo il fratello, ecc. Gesù non chiede ai discepoli nessun permesso per dare loro lo SPIRITO, che dà la vita. Di che ci meravigliamo? Non è così anche nella vita di tutti i giorni? Forse i genitori chiedono il permesso per dare la vita al proprio figlio? “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63). 

  • Anzitutto si afferma e noi ne siamo certi che la salvezza appartiene al Signore Gesù: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4,12); a noi è stato concesso un perdono/misericordia gratuiti
  • Poi si afferma che perdonare al fratello ci consente di essere perdonati a nostra volta e di poterci nutrire della Parola e del Pane: “Se dunque presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,24).                                         
  • Infine: perdono e misericordia sono regole di vita eterna; e se OGGI non riesci a perdonare il fratello riprovaci domani, e poi il giorno dopo, però non rimandare all’infinito, sbrìgati, “mettiti PRESTO d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice…” (Mt 5,25); 

Quindi, per carità o per tornaconto, il perdono è il miglior affare della nostra vita!

Come è importante lo stare insieme nel cammino della salvezza! Si legge nel brano degli Atti: “Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”: l’espressione indica “l’essere in comunione” come nota caratteristica della vita dei discepoli: infatti la “comunione dei discepoli” è il “luogo” ove si accoglie il dono dello Spirito, che porta diversità e unità.

Diversità e unità sono le caratteristiche dello Spirito che si manifestano nella vita della comunità cristiana. Lo Spirito è uno solo, ma ama dividersi e incontrarsi con le singole persone, sollecitandone la libera espressione dei vari servizi. Il tutto secondo le regole dell’Amore, che è e rimane  la sorgente, la guida e la sostanza della vita dei discepoli.

La sostanza della vita cristiana è l’Amore, è l’amore di relazione incessantemente promosso e custodito dalla misericordia. Dio perdona tutti i peccati, e così vuole facciamo noi. 

Pentecoste oggi ci ricorda che la misericordia di Dio parla tutte le lingue del mondo, e tutte possono intenderlo. E Paolo ci ricorda che ognuno di noi, così come è, pur con tutti i limiti della sua persona, è parte preziosa di un unico corpo, dove nessuno è tagliato via perché ognuno è prezioso. E lo è perché è amato da Dio..

   

ASCENSIONE DEL SIGNORE

L'ultimo appuntamento di Gesù ai suoi, è fissato su di un monte loro indicato, in Galilea. Abbiamo sentito dal Vangelo di oggi che gli apostoli quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

Accanto a Gesù ci sono uomini che sebbene impauriti e confusi, lo hanno seguito con costanza per tre anni sulle strade di Palestina. E’ vero che non hanno capito molto di Lui però lo hanno amato e lo amano ora. Proprio da questi uomini Gesù è rassicurato di essere amato, e quando si è amati viene spontaneo affidare responsabilità e dare fiducia. Cosa chiede Gesù a Pietro: “Pietro mi ami tu? Allora pasci, evangelizza, correggi, esorta, perdona in nome e con la potestà che io ti conferisco.

Gesù ora sa che nessuno di loro mai più lo dimenticherà .

C'è un passaggio sorprendente nelle parole di Gesù: A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra... Andate dunque. Quel dunque è molto importante: per Gesù è ovvio che tutto ciò che è suo è dato a noi! La sua vita, la sua morte, la sua forza!

I doni più belli affidati alla loro e alla nostra fragilità e non alla loro intelligenza, al loro e al nostro amore e non alla loro bravura!

 

Oggi contempliamo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo alla destra di Dio. L’ascensione di Gesù è il giorno in cui Egli assicura anche noi, da parte sua, che non ci lascerà mai più. Anzi - dice – “è meglio per voi che io me ne vada al Padre, perché altrimenti non sarebbe venuto a noi lo Spirito santo, il Consolatore!

Ora Gesù rimane nascosto ai nostri occhi ma non al nostro cuore e vuole far nascere nel cuore di tutti la certezza che egli ci ha preceduti, per prepararci un posto ove farci accomodare vicino a Lui. E’ salito al cielo, è scomparso ai nostri occhi ma non ci ha lasciati orfani, l’ha detto Lui: ”Non vi lascerò orfani, ecco, io sono con voi sempre fino alla fine dei secoli”!!

Che dobbiamo fare?

"Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

La festa dell’Ascensione è allora la festa dell’impegno cristiano, perché a tutti è affidato questo mandato di testimoniare quanto Lui ha detto e fatto ma, soprattutto, che Lui ci ama ed ha già salvato quelli che da Lui si lasciano salvare.

EGLI E’ CON NOI, SEMPRE! Non è andato lontano o in alto, ma si è fatto più vicino a ciascuno, come solo Dio sa fare. Prima stava insieme ai discepoli, ora sarà dentro di loro e se necessario li porterà in braccio…. Sarà dentro le cose, nel profondo dei cuori, nell'intimo del creato e da dentro per sospingerci in avanti ed anche in alto, verso una vita più luminosa, e se necessario ci porterà su ali d’aquila.

   

VI di PASQUA La bellezza e la leggerezza del credere

La prima parola è «se mi amate. Un punto di partenza libero, umile, fragile, fiducioso.

Non dice: dovete amarmi, ma se mi amate potete aderire o rifiutare in totale libertà. Ma, se mi ami, sarai trasformato in un'altra persona, diventerai come me, nei gesti, nelle parole.

In questo passo del Vangelo di Giovanni, per la prima volta, Gesù chiede esplicitamente di essere amato, ma non detta regole, si fa mendicante d'amore, lo spera da noi!

E questo per darci di più e consegnarci un sogno: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi.

Gesù cerca spazi nei cuori di chi ci sta liberamente ad amarlo e a lasciarsi amare da lui.

I comandamenti da osservare sono quei gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli compiere non ti puoi sbagliare.

Chi se non Lui che si perde dietro alla pecora perduta, a pubblicani, che fa dei bambini i principi del suo regno, che ama per primo, che ama come fa ogni mamma, in perdita cioè, senza aspettare di essere ricambiato.

«Come ho fatto io, così farete anche voi» (Gv 13,15).

Lui che cinge un asciugamano e lava i piedi, che spezza il pane, che bussa alla porta, che moltiplica i pani, e che sulla spiaggia prepara il pesce sulla brace per i suoi amici.

Il brano evangelico di questa domenica è la diretta continuazione di quello di domenica scorsa, sempre tratto dal capitolo 14 del vangelo secondo Giovanni. Se la prima parte del capitolo aveva come tema la fede in Gesù (“Credete in Dio e credete anche in me”: Gv 14,1), questa seconda parte ha come tema l’amore per Gesù (“Se mi amate, osservate i miei comandamenti”: Gv 14,15). Nessuna opposizione tra fede in Gesù e amore per Gesù, perché credere non è un atto intellettuale ma è un’adesione, un coinvolgimento con la vita di Gesù; e un coinvolgimento si può attuare solo nella libertà e par amore.

La struttura del brano è evidente:

- una cornice con le due affermazioni inclusive sull’amore per Gesù (vv. 15 e 21); - due annunci al suo interno: il dono dello Spirito (vv. 16-17); - la venuta di Cristo (vv. 18-20).

Il tema dell’amore per Gesù è già presente sulle sue labbra nei vangeli sinottici: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); ma nel quarto vangelo questo amore viene specificato, quasi che il redattore temesse un suo fraintendimento. Come Gesù ha chiesto di credere in Dio e anche in lui, ha certamente anche chiesto di amare Dio e anche lui, ma a precise condizioni.

Egli precisa soprattutto che questo amore non si esaurisce in un desiderio di Dio, in un anelito verso il divino, senza che in esso sia contenuta la disponibilità a essere conformi a ciò che Dio vuole, volontà di Dio manifestata nella sua parola, volontà da realizzare ogni giorno quale osservanza concreta dei suoi comandamenti.

Ecco perché le parole di Gesù appaiono perentorie: “Se mi amate, osservate i miei comandamenti”. In tutte le vie religiose si ama Dio, ma lo si può amare come un idolo, soprattutto se è un dio da noi costruito e “ideato”; anzi, proprio quando è un dio che è un nostro manufatto, lo amiamo di più! Ma il nostro Dio vivente ha un volto preciso. Non è la deità, il divino: è un Dio che ha parlato esprimendo la sua volontà, e lo ama veramente solo chi cerca, seppur con fatica, di realizzare tale volontà.

Mi pare che non affermiamo con sufficiente chiarezza e forza questa verità decisiva per la vita cristiana, ma pensiamo che basti dire, ad esempio, “Ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Gesù Cristo”, parole che possono essere una confessione di fede, a patto però che Cristo non sia il “nostro Cristo”, quello inventato e scelto da noi, ma il Cristo Gesù narrato dai vangeli e trasmesso dalla chiesa.

Amare Gesù, dunque, significa non solo nutrirsi di un amore di desiderio, non solo dirgli che di lui ha sete la nostra anima (cf. Sal 41,3; 62,2), ma realizzare ciò che lui ci chiede, osservare il comandamento nuovo, cioè ultimo e definitivo, dell’amore reciproco. Conosciamo bene come Gesù ha formulato questo comandamento: “Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri” (Gv 13,34; cf. 15,12).

Si faccia attenzione, Gesù non ha detto: “Come io ho amato voi, così anche voi amate me”, ma “amatevi gli uni gli altri”. Perché egli ci ama senza chiederci il contraccambio, ma chiedendoci che il suo amore che ci raggiunge si diffonda, si espanda come amore per gli altri, perché questa è la sua volontà d’amore.

Dirà ancora: “Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando” (Gv 15,14), perché il discepolo non deve nutrire in sé illusioni, coltivando il suo “io religioso”, pieno di sentimenti affettivi per Dio o per Gesù, ma misconoscendo le loro parole, la loro volontà, la loro attesa. C’è qui il grande mistero della sequela cristiana: si segue Gesù non come un discepolo segue il Buddha o un altro maestro spirituale.

Secondo la tradizione buddhista zen, il Buddha poteva affermare: “Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo!”, a dire che l’amore per il maestro può ostacolare quello per il suo messaggio. Gesù invece vuole che lo si ami, che si sia coinvolti nella sua vita, al punto che i suoi comandi non siano imposizioni o leggi, ma siano realizzati nell’amore.

Proprio per questo, ecco la presenza di un dono fatto dal Padre, per intercessione di Gesù: un

Parákletos, uno che sta accanto, “un Consolatore altro” che, siccome Gesù è ormai presso il Padre, sia sempre con i discepoli. È il dono dello Spirito, che è sempre Spirito dell’amore che discende nel cuore del cristiano, dandogli la capacità di rispondere al Padre nella libertà e con amore.

Grazie all’amore per Gesù possiamo dunque essere fedeli ai suoi comandi; e nel contempo l’osservanza dei suoi comandi testimonia l’autenticità del nostro amore per lui. Questi comandamenti di Gesù non sono una legge – si faccia attenzione a non operare regressioni! –, sono Gesù stesso, “via, verità e vita”

(Gv 14,6), sono una vita umana concreta vissuta nell’amore fino alla fine (cf. Gv 13,1).

Dopo la sua glorificazione, l’amore di Gesù è sperimentabile dal discepolo quale amore dell’altro Consolatore, dello Spirito santo sempre con noi per intercessione di Gesù stesso: Spirito che va da noi invocato, accolto, custodito, obbedito fino a essere il nostro “respiro”, ciò che ci anima. Dobbiamo confessarlo: questo Spirito non può essere accolto dal mondo, quel mondo che non è l’umanità tanto amata da Dio (cf. Gv 3,16), bensì l’assetto mondano, l’ordinamento di ingiustizia dominante sulla terra che è in rivolta contro Dio, cioè contro l’amore e contro la vita.

Questo sistema di menzogna organizzata, di violenza che non conosce limiti, di ingiustizia che opprime i poveri e i piccoli, ingloba purtroppo anche gli uomini e le donne a esso alienati. Ebbene, costoro non ricevono il dono dello Spirito, non percepiscono lo Spirito e non lo vogliono neppure conoscere, preferendo le tenebre alla luce (cf. Gv 3,19), la morte alla vita.

I cristiani, se sono veri discepoli, non a parole e con riti religiosi ma nella concretezza della vita quotidiana, nel tessuto della fraternità e della sororità, conoscono invece in loro la presenza nascosta dello Spirito. Lo Spirito è difesa nell’ora del processo intentato dal mondo, è consolazione nell’ora della prova, è sostegno nella debolezza (cf. Mc 13,11 e par.; Gv 14,26), è presenza di Cristo, sicché il cristiano può sempre sentirsi “comitante Christo”, in compagnia di Gesù Cristo, attraverso il suo Spirito.

Nella seconda parte del brano Gesù parla della sua venuta, dopo la sua andata presso il Padre. Sì, sta per venire un tempo di assenza, nel quale i discepoli potranno sentirsi turbati, senza guida, senza pastore. Sperimenteranno questa orfanità così dolorosa per la mancanza della fonte dell’amore e della vita? No, assicura Gesù, perché egli, pur assente fisicamente, non li abbandonerà.

La presenza dello Spirito, santo, dono del Padre e insieme di Gesù, non li farà sentire orfani. Ci sarà una nuova “esperienza” di Gesù che il mondo non conoscerà e che i discepoli invece vivranno, fino a vederlo non con gli occhi di carne ma con gli occhi della fede e dell’amore, gli occhi del cuore. Gesù non sarà un morto ma un vivente, il Vivente, e i discepoli che vivono della sua stessa vita avranno questa conoscenza di lui.

Presenza elusiva quella del Risorto, veniente a noi senza apparizioni… Bernardo di Clairvaux, nel suo mirabile commento al Cantico dei cantici, confessa queste venute di Gesù e le descrive come “visite del

Verbo”, visite furtive e sporadiche. E proprio quando il nostro cuore percepisce la presenza di Gesù, egli allora scompare, come l’Amato: “Egli era là… Nessuna sensazione, eppure nel mio cuore avvenivano mutamenti” (Discorsi sul Cantico 74,6), mutamenti di conversione, palpiti d’amore, realizzazioni della sua volontà…

Gesù è il Vivente e il discepolo vive, vive in lui con vita piena, nella libertà e nella gioiosa fiducia di chi non è mai orfano. E ancora una volta Gesù parla di una contrapposizione: “Il mondo non mi vedrà, ma voi mi vedrete”. Parole che accogliamo nella consapevolezza che non possiamo vantarci né sentirci garantiti. Non possiamo dire “noi” e “loro”, i redenti e i dannati! Possiamo vedere Gesù alla luce della fede, non della visione (cf. 2Cor 5,7), possiamo fare esperienza della vita abbondante che egli vuole donarci; ma siamo anche spesso incapaci di accogliere il dono, siamo ciechi che dicono di vedere (cf. Gv 9,40-41).

Queste parole di Gesù non diventino dunque fonte di giustificazione, spingendoci a eludere l’istanza della conversione e a non accogliere quel dono che noi non possiamo darci: il dono dello Spirito di cristo, il dono del suo amore. Ecco allora la conclusione, che riprende l’inizio del discorso: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.

Amare, osservare i comandamenti è la condizione affinché Gesù si manifesti, e nell’osservanza della volontà di Dio, attraverso l’amore fraterno, saremo amati da Dio e da Gesù. La vita di Dio è un flusso di amore nel quale, se accogliamo il suo dono, possiamo essere coinvolti. Questo è ciò che dovremmo conoscere nell’ebbrezza dello Spirito e nella comunione con Cristo in ogni eucaristia che viviamo: una celebrazione dell’amore!

(tratto da www.monasterodibose.it)