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La Parrocchia
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Denominazione: S. Maria
delle Grazie in S.Pio V
Diocesi: Bologna
Vicariato: Bologna Ravone

La Segreteria
Indirizzo: Via Ambrosini 1
40131 Bologna
Tel. 051 55 66 72
Fax. 051 849 11 58
smariadellegrazie@fastwebnet.it

Parroco
Don Mario Benvenuto dal 15-10-2006

La Chiesa
Dedicazione: San Pio V
Inizio costruzione: 21-04-1938
Inaugurazione: 5-05-1940
Consacrazione: 5-10-1986 per mano del card. Giacomo Biffi

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Il catechismo della chiesa cattolica

Il calendario
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(per il calendario completo vedere la pagina dedicata)

V DOMENICA DI QUARESIMA: “Lazzaro vieni fuori dal sepolcro”!

Oggi è la domenica di Lazzaro, della vita che vince la morte. Messaggio quanto mai attuale in queste settimane in cui nell’opinione pubblica è viva la riflessione e la polemica sul “fine-vita”. Noi siamo al mondo e camminiamo, giorno dopo giorno, verso questo traguardo che è una pienezza e non una fine, una nullità!

Tutto però va vissuto e preparato per questo esito finale a cui ci sospinge l’esistenza terrena! Come la vita del Signore fu tesa verso la sua Pasqua così per noi la vita e il suo fine sono il vertice di tutto. Possiamo parlare anche di festa finale, in quanto l’aldilà della vita terrena è la vita eterna, “la vita di Dio” nella sua pienezza! Quel giorno avverrà la grande “invasione” della vita di Dio nella nostra vita terrena, come brevemente ci dicono anche i due testi che precedono il Vangelo di Lazzaro di questa domenica: 

  • In Ezechiele, Dio dice che Egli sarà riconosciuto come il Signore quando aprirà le nostre tombe, ci farà uscire dai sepolcri e ci farà riposare. 
  • E Paolo nel brano della lettera ai Romani dichiara: “Se il Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. 

Dunque morte e risurrezione sono abbondantemente presenti nella nostra vita. Ognuno di noi ha esperienze di morte e di risurrezione, quasi ogni giorno e ci mettiamo non solo la morte di una persona cara, ma la morte dell’amore, la morte della speranza … Così pure conosciamo la risurrezione quando rinasce in noi la speranza, un brivido d’amore, la riscoperta di una gioia attesa … Siamo dunque esperti della potenza divina!

La risurrezione di Lazzaro oggi ci annuncia proprio la risurrezione da ogni vicenda di morte. 

Di solito diciamo: si deve morire! Bisogna, invece, imparare a dire che, attraverso la morte, si riceve vita eterna!  Cristo Crocifisso è l’immagine suprema dell’Amore di Dio che vince la morte. C’è una frase popolare e affettuosa che recita: “ti voglio un bene da morire” … Non è banale ma c’è tanto di vero ed anche un quantum di teologia! Un innamorato può dire così alla persona che ama molto, per cui tutto il resto, perfino morire, è ritenuto una vantaggiosa perdita. Proprio così è per chi crede che “in quel giorno” potrà abbracciare finalmente Dio: “ti amo, Signore, da morire”! Cosi, pur messi, davanti alla nuda realtà della morte, se abbiamo la luce dei nuovi occhi del cieco-nato possiamo dare di essa una lettura diversa.

 

Gesù, agli apostoli che gli facevano fretta, dice della grave malattia di Lazzaro: “questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, come in precedenza aveva detto del cieco dalla nascita: non ha peccato né lui né i suoi genitori, ma è così perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv 9,3) 

La malattia porterà Lazzaro alla morte ma non alla morte eterna: “Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” (Gv 5,24); Lazzaro sarà il segno vivente della verità di queste parole.

 

Di fronte alla morte per consolare chi soffre diciamo tante banalità, sentite cosa invece dice Marta a sua sorella Maria che piangeva la morte di suo fratello: “Il Maestro è qui e ti chiama”! Che splendida iniziativa quella di Marta: arriva perfino a commuovere Gesù, facendolo scoppiare in pianto (v. 35). 

Gesù dice a Marta: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio? Il gesto prodigioso di ridare vita al fratello Lazzaro Gesù lo compie per la gente che gli sta attorno, perché credano che il Padre lo ha mandato a tutti noi. La risurrezione di Lazzaro, quindi, perché giovi anche a noi che ne parliamo, va letta con gli occhi umili e nuovi che la fede ci dà, e non come fecero alcune “spie” che andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto (Gv 11,46), innescando così la decisione circa la sua morte (Gv 11,49-52).

 

C’è chi è cieco e chi non vuol vedere!

Nel miracolo operato oggi dal Signore a favore del cieco dalla nascita appare evidente come la situazione del guarito sia radicalmente nuova, rispetto a prima. Il suo rapporto con Gesù, dall’inizio e alla fine del racconto è in stato dinamico di crescita ma quello che lo fa maturare e rinsaldare nella fede sono soprattutto le obiezioni e le reticenze che egli incontra da parte dei suoi interlocutori. Per lui tutto è estremamente semplice: “Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo”! Come, per gli avversari di Gesù, tutto è tremendamente complicato e inestricabile.

C’è chi è “cieco” pur vedendoci, come accadde a Samuele di fronte alla scelta del Re Davide, c’è una cecità di chi non vuol vedere perché gli piace stare dov’è, all’oscuro, come accade nel racconto ai Farisei e c’è, infine, chi era cieco ed ora non solo ha il dono della vista ma con gli occhi della fede arriva a riconoscere e adorare Gesù, come l’Inviato di Dio e il Signore! Che bello!!!!

La fede è nata in lui per “quello che gli è capitato”, che gli ha permesso di passare gradatamente dalla conoscenza sorprendente e progressiva della Persona che l’ha guarito, fino al dono della vita nuova che questo evento ha creato in lui. È estremamente significativo anche il suo rapporto con i genitori, che lo conoscono fin dalla nascita, più di tutti gli altri. La loro “mezza-testimonianza” per paura di essere cacciati dalla sinagoga, in certo senso si unisce e conferma quello che il loro figlio testimonia, sulla base di ciò che è accaduto, perché l’evento è indiscutibile!

Anche per questo i cristiani di Efeso sono invitati da Paolo a “cambiare vita” accogliendo, custodendo e facendo crescere quello che senza nessun merito e nessuna opera hanno ricevuto in dono.

L’etica cristiana non propone un impegno per meritare un premio, ma un cammino di gioia riconoscente per il dono/premio già ricevuto. Tutto abbiamo ricevuto dalla bontà infinita del Signore!  

   

DAMMI DA BERE!

        Il vangelo che racconta della donna SAMARITANA, interpella ogni credente sulla sete, sui desideri che lo abitano. C’è una sete che ci abita profondamente tutti ed è quella di incontrare e relazionarsi con l’altro. Un incontro però ha bisogno di coraggio ed avviene quando ci facciamo piccoli e “mendicanti” di qualcosa!

Gesù chiede: “dammi da bere!” alla samaritana e questa, subito dopo, chiederà anche lei: «Signore, dammi sempre di quest'acqua…» (Gv 4,15). La povertà consapevole e condivisa è la base di una relazione vera. 

Un incontro può avere – come nel caso della samaritana - un avvio di pessima qualità, quando parte da pregiudizi sociali o religiosi: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» Gv 4,9). C’è contrapposizione, c’è un «noi» «voi», c’è una barriera, una lente deformante che tutto compromette. L’incontro avviene nella verità quando comincia a nutrirsi di domande e confidenze sincere e sempre nuove, solo così. 

Gesù e la Samaritana si incontrano presso il pozzo di Giacobbe, dove entrambi vanno per dissetarsi. Per Gesù l'acqua del pozzo è l’avvio di un'ampia discussione con la donna alla quale pian piano propone un'acqua diversa, un’acqua «viva», che lui solo è capace di dare a lei e a noi, per estinguere ogni nostra sete. 

 Egli dirà un giorno: «Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva scorreranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (7,37-38). 

La donna non ha argomenti, balbetta qualcosa e alla fine si appella alla speranza del Messia che verrà e spiegherà bene ogni cosa, per dirimere ogni controversia tra giudei e sa-

maritani.  A questo punto Gesù la ferma con le parole: «Sono io, che parlo con te».

Il Vangelo ci descrive alla fine questa donna “convertita a Gesù” ed apostola di Lui nei confronti dei suoi compaesani (Gv. 28-29). La fede come un fuoco, come un profumo si trasmette!

L'anfora con cui la samaritana era venuta ad attingere l'acqua, rimane lì abbandonata a dimostrazione che l’acqua del pozzo non è poi così prioritaria e indispensabile quanto invece lo è quell’acqua zampillante per la vita eterna nel momento che se si è avuto modo di gustarla e sperimentarla di persona. 

   

Dopo la “tentazione” superata, la Vittoria che trasfigura!

Dopo il brillante superamento della tentazione di domenica scorsa, oggi siamo immersi nella trasfigurazione di Cristo. Essa, nel contesto della QUARESIMA, ci chiama a rinnovare il nostro impegno, assicurandoci vittoria e gloria, a questa condizione: seguire Gesù, come ci comanda la voce del Padre in modo perentorio: «Ascoltatelo».

Questo comando/ordine è importante e necessario. 

Il Vangelo mette in scena solo tre testimoni: Pietro, Giacomo e Giovanni. Perché solo loro tre? E’ una scelta libera di Gesù. Comunque, essi sono gli stessi che più avanti, nell'orto degli Ulivi, saranno chiamati a condividere con Gesù la sua agonia. 

Gesù conduce i tre in disparte e su un alto monte, per staccarsi dalla gente e calarsi nel silenzio, che favorisce l’incontro con Dio. Nella Bibbia, normalmente Dio si incontra sul monte, come nel brano di questa Domenica. 

Matteo presenta e descrive Gesù con immagini: il suo volto diventa splendente come il sole e le sue vesti bianchissime come la luce. Ai tre è concesso di assistere a una manifestazione incantevole del divino. Sul monte è già paradiso! Alla presenza di Elia e Mosè Gesù si mostra agli occhi dei discepoli come una persona di eccezionale valore. 

Pietro è l'unico che parla: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 

Le sue parole sono spontanee ed istintive, ma non significano intuizione del mistero di Gesù, o fede profonda e simili, bensì esprimono la soddisfazione intimistica ed egoistica di Pietro che pensa a se stesso e al suo piccolo gruppetto. Egli pensa esclusivamente al presente che gli appare incantevole e vorrebbe prolungarlo all’infinito, in modo stabile ed esclusivo. Pietro pensa che il BELLO è tutto lì, su quel colle, e lo vorrebbe godere per sempre.

La trasfigurazione non è un incanto ma un fatto divino che si comprende solo dalle parole di Dio, che ne dà anche la retta interpretazione:  «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».  

Il Padre dice: «Ascoltate lui e solo lui». L’imperativo «ascoltatelo» designa Gesù come il profeta che tutti devono ascoltare. Ma il vero ascolto è obbedienza e quindi sequela. I discepoli sono sollecitati a riporre in Gesù una fiducia incondizionata e a seguirlo: dove Lui va, devono andare anche loro, senza tentennamenti e senza resistenze!

Pietro e i suoi amici sono chiamati a smettere di voler modificare il “destino” di Gesù che si compirà, per sua stessa scelta, nella passione.

Infatti, dopo quei brevi attimi di incanto, tutto ritorna nella normalità. Rimane solo Gesù. Solo lui ora conta, solo lui bisogna seguire, fidandosi di Lui, ovunque vada, qualunque strada vorrà prendere, perché solo in lui si realizza ogni promessa di Dio.

«[…] La Trasfigurazione ci ricorda che le gioie seminate da Dio nella vita non sono punti di arrivo, ma sono luci che Egli ci dona nel pellegrinaggio terreno, perché "Gesù solo" sia la nostra Legge e la sua Parola sia il criterio che guida la nostra esistenza […].

(Benedetto XVI, Introduzione all’Angelus, 28.02.2010).

   

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